La vita, Londra, quest’attimo di giugno

“In the triumph and the jingle and the strange high singing of some aeroplane overhead was what she loved: life, London, this moment of June

Mrs Dalloway, Virginia Woolf

Quanto amo Londra, ad ogni visita sempre di più. Stavolta ho passeggiato alla scoperta di quei tanti giardini nascosti nelle piazze vittoriane, piccoli parchi chiusi con un cancelletto e riservati ai residenti – proprio come quello che si vede nella scena di Notting Hill in cui Anna e Will scavalcano una ringhiera e scoprono quella celebre panchina.

Ho capito già da molto che l’unica vita che ho voglio riempirla di esperienze. Non l’ho sempre dato per scontato. In futuro non saranno le giornate passate dietro un banco al lavoro quelle che ricorderò. Saranno i miei viaggi, le mie emozioni, le persone accanto a me. In questo caldo giugno Londra è stata testimone di uno di questi ricordi. Di una sorta di rinascita.

Ho pensato e ripensato per settimane se fare questo ennesimo viaggio londinese, attratta dal concerto di tre artisti che seguo da 20 (VENTI!) anni. Ciò che mi tratteneva era il ricordo ancora doloroso dell’ultima volta che li avevo visti dal vivo. Ero voluta andare ad ogni costo a quel concerto, anche se stavo perdendo mia nonna, anche se mio zio se ne stava andando. E avevo passato tutto il concerto in lacrime, piena di angoscia, volevo scappare, uscire di lì e tornare a casa. A vedere la nonna, a chiamare mio zio.

Lei se ne è andata un mese dopo, lui dopo altri otto mesi. Sono seguiti due anni in cui ero diventata un ricordo di me stessa, a malapena parlavo e vivevo e solo la ricerca di lavoro mi ha fatto andare avanti. Niente più viaggi, niente più musica. Non ho ascoltato canzoni per quasi tre anni.

Ma la mia vita poi è continuata e mi ha portato tutto quello di cui avevo bisogno. Ho realizzato grandi sogni e altri li sto progettando. Ho ricominciato a sopportare chi sono e accettare ciò che faccio. Ho ricominciato a viaggiare e ad accogliere persone – con difficoltà – nella mia vita. Ho ricominciato a immergermi nella musica.

Due mesi fa ho ascoltato per caso una canzone. Già alle prime parole ho pensato: questo è il mio inno. Il mio manifesto di vita. Erano parole scritte proprio da quei tre. Ho deciso che li volevo rivedere cantare. Dovevo provarci, se non per emozionarmi come le prime volte, almeno per non legare più il dolore a quel ricordo. E ho preso il biglietto per il concerto di Londra del loro tour.

A slice of the moon is my patch of green
I don’t want a ticket to the same routine
I want to see the sights unseen
I want the extraordinary
Everybody’s waking to the same clock
I could never be another chip off the block

Fino a pochissimi giorni prima ero ancora fortemente in dubbio se andare. Ho rimandato la prenotazione di una stanza all’ultimo, ho rivissuto nella mente decine di volte quei mesi di sofferenza. Temevo di avere un crollo.

Però sono partita. Mi sono detta: “se proprio non me la sento di entrare, mi sarò fatta solo un giro nella mia Londra”. Molto sostegno mi è arrivato dalle ragazze del gruppo Viaggio da sola perché, a cui ho confidato i miei ricordi e i miei timori. Molte si sono mobilitate non solo con consigli e incoraggiamenti, ma persino offerte di compagnia a Londra. La fiducia nell’umanità che ho avuto dalla nascita fino a circa 25 anni, e che poi ho perso, ogni tanto si sente appagata.

Ho camminato per Londra come sempre, fermandomi da Le Pain Quotidien per un brunch, col naso all’insù per osservare le villette georgiane e vittoriane, girovagando per Kensington e Notting Hill con un bicchiere di tè bollente e tortine alla rosa e all’arancia. Ho scoperto altri giardini segreti e altri mews (stradine strettissime che mi incantano, chissà perché). Mi sono infilata in un mercato biologico bellissimo, su Kensington high street, e ho curiosato di nuovo fra le sale del Victoria&Albert.

Poi mi sono diretta con il treno overground al luogo del concerto. Sono rimasta per un po’ sul prato lì davanti al sole, osservando la gente, cercando di calmare il battito. Mi sentivo ancora schiacciata dal senso di colpa verso mia nonna e mio zio, per aver pensato più all’affetto inesistente di alcune persone che a loro, in quei mesi maledetti. Volevo andare al concerto e cantare ad alta voce in loro onore. La musica può essere un mezzo per parlare con chi non c’è più? Ha il potere di arrivare fino a loro? Io lo spero profondamente, perché ho tante cose che vorrei dire.

Sono entrata tremando. Appena arrivata in galleria mi sono guardata intorno quasi in cagnesco, come pronta a difendermi. Invece, tempo pochi secondi e una coppia si è alzata dicendo: “vuoi sederti qui? Ci si vede benissimo”. Ho preso posto sulla poltroncina accanto a loro e ho guardato verso il palco. Ho avuto quasi un capogiro, sembrava che il palco si stesse allontanando e la musica di sottofondo mi arrivava attutita.

Poi si sono abbassate le luci, loro sono arrivati sul palco, percussioni e chitarra e tastiera hanno attaccato, e io ho cominciato a piangere. La tensione si era sciolta. Ero anche contenta di vederli, presa dalle note della prima, familiare, amata canzone. I ragazzi che mi avevano invitata a sedermi si sono accorti dei miei singhiozzi e hanno portato una birra anche a me.

Ho cantato forte ad ogni canzone, ho sorriso, tanto. Poi c’è stato un momento, uno in particolare, in cui mi sono ritirata in me stessa. Mi sono sentita cantare, ho pensato a chi l’ultima volta c’era ancora e ora non più, a chi c’era ma non avrebbe mai dovuto esserci, a chi c’è adesso e voglio ci sia sempre. Mi sono sentita avvolta da calore, forza, sollievo. La tristezza c’era ancora, ci sarà sempre, ma adesso avevo legato Londra, quella musica e me stessa a un nuovo ricordo. Uno positivo.

Quei tre anni di vuoto e smarrimento li ho riempiti di certezze e passioni. Soprattutto in viaggio si rafforzano le mie convinzioni e momenti come quello servono a imprimere nella mia memoria cosa è più importante. Chi ho accanto, che persona voglio essere, cosa voglio fare, che tipo di esistenza voglio avere. E tutto si riflette in quello che amo: la vita, Londra, quell’attimo di giugno.

I WAS BORN TO BE SOMEONE NO ONE’S EVER BEEN BEFORE

7 commenti

  1. Sono stata varie volte a Londra e tendo sempre a finire negli stessi posti… tra questi c’è immancabilmente Notting Hill ed i suoi “mews”.
    Sono felice di aver scoperto il tuo blog, ho molto ammirato la delicatezza che hai usato nel descrivere i tuoi sentimenti. So bene come e quanto la musica possa essere terapeutica, proprio come un viaggio.
    Buon fine settimana!

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    • Quello che mi ha stupito del mio viaggio n°12 a Londra lo scorso marzo è stato accorgermi che non conoscevo affatto quartieri come Belgravia e Kensington, mentre ora li adoro e non smetto di passeggiare e perdermici. Pure i mews li ho scoperti a marzo. E anche le stradine vittoriane di Chelsea e Mayfair. Colpa proprio della tendenza ad andare sempre nei soliti posti, soprattutto se in compagnia di altra gente. Ho scoperto finalmente la Londra che mi ero immaginata da piccola 😊
      La musica, quanto fa bene e quanto fa male. Mi accorgo quando sto passando un brutto periodo dal fatto che non ascolto più canzoni. E mi accorgo quando comincio a uscirne, perché ricomincio. La musica guarisce.

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      • E’ bello visitare le città in compagnia, ma la libertà di fare quello che ci pare quando ci pare, di sentirsi come a casa… è rara da trovare. A me succede ogni volta con Praga.
        E mi succede la stessa cosa con la musica, sono settimane che non ascolto niente, oggi vedo un barlume di luce…

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    • Veramente? 😊 il testo della canzone è inequivocabile, era tanto che non mi catturava una loro nuova canzone. Sono stata al concerto della domenica sera. E pure io amo tanto Londra, da non considerare nemmeno il concerto italiano e andare direttamente a quello londinese 😃

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